Chiesa
trasmette con i migliori saluti

Joseph card. Ratzinger
prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Città del Vaticano
Stimato e caro padre Abate,
a quasi due anni dall’indimenticabile visita alla Sua comunità di Vallechiara, a Lanuvio, sono a trasmetterLe per iscritto quella parola di benedizione e di incoraggiamento che a suo tempo promisi. Due le cose che mi sono rimaste impresse in quella visita.
La prima è l’esperienza delle preghiere e canti insieme in quella Sua chiesa, l’opus Dei che ci ha congregati. Si avvertiva che quello spazio era colmo della gioia nel Signore, la cui presenza emanava da quelle cerimonie splendide e canti festosi.
“Signore, amo la casa dove dimori e il luogo dove abita la tua gloria”. Le parole del Salmo (25,8) esprimono bene la mia esperienza di allora. E ciò che Lei mi disse, indicandomi la grande tenda dove celebra la liturgia domenicale, confermava un’impressione: pur in uno spazio così precario, nella liturgia Lei scopre la bellezza di Dio, convinto com’è che la liturgia rifletta nel nostro mondo la divina bellezza. È qui che il volto splendente di Dio appare ai celebranti ed oranti, quel volto che i pellegrini dell’antica alleanza cercavano nel santuario, lo stesso splendore che Lei intende mostrare nella vita di ogni giorno, riscoprendolo nelle cose del creato.
Dalla liturgia riprende luce anche la creazione, che non illuminata dalla bellezza e bontà del Creatore non sarebbe altro che una “valle di lacrime”.
E qui viene la seconda esperienza che mi ha particolarmente segnato in quella visita a Vallechiara.
Lei ha ripreso un’intuizione di fondo che fu di San Benedetto, per il quale il monachesimo ha due assi: l’opus Dei, l’incontro con il Dio vivente, l’orazione corale e la celebrazione dei sacri misteri a scandire il ritmo della giornata, ma anche il lavoro nel e per il creato, non solo a conseguenza del peccato ma come compito originario dell’uomo, un mandato che Dio affida già ad Adamo nel paradiso terrestre.
Stando alla Scrittura, infatti, quando lo pose nel giardino, Dio ordinò ad Adamo di coltivare e proteggere quel luogo (Gen 2,16).
Vallechiara ricorda, nel nome, Bernardo di Chiaravalle, il grande rinnovatore dello spirito benedettino, colui che nel labor improbus dei monaci vedeva un’assunzione della stessa pena di Adamo, un mezzo per inaugurare un qualche paradiso in terra. Accollandosi la penitenza del lavoro manuale i monaci dovevano tramutare la “valle di lacrime e di amarezze” in una “valle luminosa e chiara” (Clara vallis).
Il lavoro che avrebbe trasformato in giardino di Dio la creazione asservita, doveva rappresentare, al contempo, il lato esteriore del processo interiore che nel monachesimo prendeva il nome di conversio morum: disintossicare l’anima e riorganizzarla come spazio luminoso per un Dio che viene tra noi a passeggio.
L’amore per la liturgia e l’amore per il creato sono strettamente tra loro legati: la bellezza di Dio riflessa nella liturgia ci è comunicata attraverso il creato, e i doni del Creatore – pane e vino – vengono trasformati nel corpo e sangue del Redentore, in un’unità, la più profonda, di creazione e redenzione.
Io credo che soprattutto per il nostro tempo sia importante rinsaldare, come Lei si propone, l’unità tra opus Dei e opus hominum, legame fondamentale per il monachesimo, ma via via allentatosi, fino a perdersi, lungo il corso della storia; unità di cui anche Agostino si era occupato nel suo De opere monachorum e che egli stesso si era adoprato a vivere nella prassi.
Come già dicevo, proprio qui, infatti, si rispecchia l’unità di Dio Creatore e Redentore, di creazione e storia, di ragione e fede, ma anche di unità e di unicità di Dio, la condizione stessa della profonda unità dell’uomo con se stesso e degli esseri umani tra di loro.
L’amore che Lei dimostra per il creato, come l’ho potuto toccare con mano nei Suoi modi, non è un romanticismo alla Rousseau e nemmeno un’ideologia risentita nei confronti della tecnica e avversa alle problematiche del soggetto umano, ma affonda le sue radici nella liturgia, nell’incontro con il Redentore. Ma proprio nella liturgia il Redentore si mostra anche Creatore, che chiama ed invita a liberare le nostre anime e la nostra terra dalle tossine del peccato e prepararle al suo ultimo avvento nel mondo.
Non ho ancora chiamato per nome Colui attorno al quale tutto il nostro discorso ruota: Gesù Cristo.
In occasione del mio saluto, caro padre e amico abate, Ella mi parlava di come iniziò, insieme a degli amici, il cammino nella confusione dei primi anni dopo il Concilio, quando era diffusa l’opinione che il mondo e la chiesa andassero ricostruiti dalle fondamenta, e la tradizione fosse da considerare ormai obsoleta e comunque inservibile a chi operava per il futuro.
E mi confessava pure ciò che in quel frangente l’ha salvata, indicandoLe la via da seguire: lo sguardo fisso su Gesù Cristo, la convinzione che “massima felicità è quella di essere discepolo di Gesù” e che “il nostro cuore è il territorio sequestrato dall’amore geloso di Dio”.
Lei si è dunque sentita in cammino verso il nuovo mondo, ma in sintonia con le radici. Non si è posta al seguito di un Gesù romantico, un Gesù inventato, modellato secondo i nostri ideali e aspirazioni, ma di un Gesù reale, di un Gesù
che si è disvelato per vero Signore del mondo nell’umiltà più estrema e nell’obbedienza della croce. In compagnia di Pietro Lei ha riconosciuto il Figlio del Dio vivente, ritrovando così anche il Padre e dando spazio allo Spirito Santo, che dal Padre e dal Figlio procede.
Mediante l’amore per Gesù Cristo, quel Cristo di cui gli apostoli rendono testimonianza nella Scrittura, Lei ha riscoperto pure la chiesa, la quale vive innanzitutto nella liturgia, e che nella liturgia impara continuamente ad amare Dio e il Figlio suo incarnato.
Ma come si potrebbe amare Cristo, un Dio che si piega davanti al viandante incappato nei ladroni, lo prende con sé e lo fa ricoverare, s’impegna a pagare con il prezzo della propria vita e sofferenze, come lo si potrebbe conoscere e amare, dunque, se non imparando ad amare il prossimo e tutti coloro per i quali lui stesso ha sacrificato la propria vita?
Per Lei, dunque, l’opus Dei e l’opus caritatis si fondono l’uno nell’altro, proprio come l’ora et labora.
Inoltre nella liturgia Lei ha riscoperto lo stesso itinerario seguito dalla chiesa lungo i secoli, tutte le ricchezze che si sono venute via via accumulando di un patrimonio radicato nella fede.
Lei può dunque vivere di una cattolicità gioiosa, dove la storia della fede non è morta realtà, relitto opprimente del passato, ma albero vivo cui le radici consentono di rinnovarsi di giorno in giorno e che già in questo mondo prefigura la casa dalle tante dimore, dove Dio un giorno assegnerà a ciascuno, definitivamente, il suo posto ed a tutti la possibilità di vivere insieme nell’amore del Dio trinitario.
Un augurio: che la Sua comunità continui a crescere ed a rinnovarsi in un rapporto vivo e vitale di amicizia con Cristo.
Joseph Card. Ratzinger
Città del Vaticano, 8 marzo 2004